10 Ottobre 2004 + canonico Ettore Ghiano + 50 anni ad Almese

La promessa 

     Attraversò la chiesa buia, rischiarata appena dalla luce dei lampioni che filtrava dai vetri colorati. Chiuse la porta. Dagli spiragli si insinuava un'aria gelida, fra poco avrebbe preso a nevicare, così dicevano le previsioni.
     Nel voltarsi, vide la luce fioca di un cero che illuminava la culla di legno del presepe. A passi lenti, tornò davanti alla capanna, da dove il bambino appena nato tendeva le braccia.
     Piegò le ginocchia, fino a sentire il marmo freddo del pavimento. Ora che la chiesa era vuota, che i fedeli avevano fatto ritorno a casa dopo il canto dell'osanna, era come se la famiglia di Betlemme lo chiamasse a sé, per dividere l'intimità di quella nuova notte di Natale.
     La chiesa era silenziosa, e anche fuori, lungo la strada, non c'era più traffico.
     Il bambino sembrava sorridere, e le tonde gote di legno si facevano quasi rosate per i bagliori della fiamma.
    Ripensò a quanti bambini in carne ed ossa aveva accompagnato al fonte battesimale, stretti fra le braccia delle madri, piangenti o addormentati, eppure nessuno gli sembrava adesso più vivo di quel bambino di legno.

   Il  pavimento  sotto  le  ginocchia  si  stava  facendo  duro  e  gelido,  ma  non  si  alzò. Nonostante la stanchezza e le fatiche che lo aspettavano, fra qualche ora appena, sentiva che il suo posto era lì, davanti alla grotta di Betlemme. Ogni altro luogo sarebbe stato triste e solitario, lontano da quelle piccole mani protese.

   "Uomo dei dolori" pensò, "nascosto dentro il corpo innocente di un bambino". Per quell'uomo aveva scommesso la vita, aveva accettato il rischio: "Chi perde la sua vita per me...".

Quante volte, nei momenti più difficili, lo aveva invocato ricordandogli la promessa quante volte si era sentito nulla, fragile come l'erba. "L'uomo è un'ombra che si agita nel vento  "

    Eppure quella notte ciò che provava di fronte al bambino di Betlemme non era il timore che si sente davanti a un dio ma la tenerezza di Giuseppe, che in disparte, alle spalle della Madre, contemplava quel Figlio non suo, ma a lui affidato.

    "Nuntio vobis...". Gli tornarono alla mente le parole latine sentite già da piccolo quando i genitori lo portavano in chiesa, e poi studiate in seminario, e ripetute ancora all’altare.  ... una grande gioia". Allungò una mano per sfiorare i piedi freddi del bambino. Ecco, si disse, forse il centuple è questo.
     La capanna, d'improvviso, si fece più chiara. Sollevò lo sguardo: le vetrate si erano illuminate di una luce bianca e pallida. Fuori, la neve cominciava a cadere.

un racconto di Giuliana Bertolo

 

     
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